Il web è un mondo sempre più simile a quello reale. E allo stesso modo della vita reale, quando ti capita di incontrare o interagire con qualcuno corri il rischio di perderlo completamente di vista.

Ebbene, farsi ricordare da un utente che ha già dimostrato interesse per ciò che fai, quello che vendi o i servizi che offri sul web può essere una strategia vincente. Ed è proprio in casi come questi che il Retargeting dà il meglio di sé.

Vi sarà capitato mille volte di cercare un prodotto/servizio e visualizzarlo per poi avere quasi la sensazione che vi stesse perseguitando, ritrovandovelo in bella mostra su pagine di altri siti.

Tranquilli, il vostro browser non è impazzito: siete stati ufficialmente “targettizzati” da una campagna di retargeting.

MA COS'È ESATTAMENTE IL RETARGETING?

Per retargeting si intende una forma di pubblicità online (del tipo PPC) che si rivolge agli utenti sulla base delle loro precedenti azioni, intervenendo in situazioni in cui tali azioni non si traducono in vendita o conversione. Proprio la conversione è l’obiettivo ultimo delle campagne di retargeting.

Le piattaforme di advertising che forniscono questo tipo di servizio sono diverse, su tutte vale la pena menzionare la Rete Display di Google Ads e il Pixel di Facebook. Nel secondo caso, ad esempio, è possibile creare annunci visibili solo agli utenti che hanno visitato o interagito con la pagina Facebook, o per chi ha visitato una determinata pagina del sito web.

RETARGETING E REMARKETING NON SONO LA STESSA COSA!

Se finora avete pensato che Retargeting e Remarketing indicassero la stessa cosa, tranquilli, siete in buona compagnia. In effetti entrambi nascono per raggiungere un bacino di utenti che in qualche modo ha interagito con la tua azienda online. L’obiettivo è quindi quello di riproporsi a quest’ultimi per aumentare la probabilità di convertirli.

La differenza sta proprio nel tipo di interazione. Nel caso specifico del retargeting si tratta sostanzialmente di intercettare un’audience che ha visualizzato una pagina per poi abbandonarla. Tecnicamente sarebbe corretto parlare di “prospect” (anche se sul punto si riscontrano spesso pareri discordanti).

Il Remarketing, invece, è utilizzato per attivare campagne promozionali rivolte essenzialmente a chi già è lead, quindi contatto qualificato. L’ambito di applicazione tipico del remarketing è ad esempio quello delle campagne DEM (Direct Email Marketing). Il Remarketing punta dunque a quegli utenti che sono stati effettivamente convertiti e che, nel caso di un e-commerce, hanno rilasciato i propri dati e fanno parte del database clienti.

PERCHÉ ATTIVARE UNA CAMPAGNA DI RETARGETING

Molto semplicemente basta considerare che solo il 2% del traffico converte alla prima visita. E con il restante 98 cosa si fa? Retargeting, appunto.

L’obiettivo di queste campagne è quello di mostrare annunci ad una audience personalizzata e ben definita, costituita da chi è già entrato in contatto con la tua pagina web.

Si tratta a tutti gli effetti di una tecnica di Conversion Rate Optimization

 

COME FUNZIONA

Molto semplicemente, il retargeting funziona attraverso i cookie di tracciamento. Questi permettono di tracciare e monitorare le azioni svolte dagli utenti.

Riprendendo l’esempio dell’e-commerce, lo script installato sul sito genera un cookie nel browser dell’utente con cui è possibile scoprire come ha interagito con il sito, se ha effettivamente visionato le schede prodotto, aggiungendoli al carrello senza aver concluso l’acquisto.

Questi sono tutti dati estremamente preziosi. Basandosi su queste informazioni, un campagna di Retargeting crea annunci dinamici, in cui saranno presenti proprio quegli articoli precedentemente visionati ma non acquistati.

 

A questo punto mi piacerebbe sentire la vostra opinione, quali sono state le vostre esperienze con campagne di Retargeting? Sapevate della differenza tra Retargeting e Remarketing?

 

Nino Marco Oliva
Author: Nino Marco Oliva
SEO Specialist e Front-End Developer con una vera ossessione per la User Experience. Curioso, sognatore ma quando serve anche pragmatico. Crede nel metodo e nell'apprendimento continuo. Con queste premesse non poteva che cedere al fascino "oscuro" del Growth Hacking.
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