extra_toc

Chi li chiama Unicorni, chi invece pensa che sia un modo figo di fare marketing e lo usa davanti a tutto. Sì, ma cosa fa, davvero, un Growth Hacker? Ne parlo in questo articolo!

Profili I-Shaped / T-Shaped

Come prima cosa, partiamo dalle caratteristiche necessarie per essere un Growth Hacker:

questo professionista, infatti, deve avere un profilo a “T”. Ma cosa significa?

Generalmente si usa indicare con la lettera “T” un professionista in un ramo in cui è maggiormente competente, ma che ha sviluppato competenze almeno base in una moltitudine di altre discipline. Una formazione verticale, invece, molto specialistica su un singolo argomento, viene detta profilo a “I”.

In altre parole, un Growth Hacker è quello che si definisce un multipotenziale, ovvero una persona con competenze varie, in grado di connettere i punti, usando le parole di Steve Jobs.

Team

Altro punto fondamentale: il Growth Hacker lavora in team. La sua funzione consiste nell'allineare il lavoro del team, e guidare la squadra verso le task che possono portare crescita.

Questo, chiaramente, richiede che il Growth Hacker debba disporre di buone doti di leadership.

Il team del Growth Hacker dev’essere composto dai professionisti verticali nel marketing, e una o più figure in grado di di implementare lo stack di analisi, leggere i dati, e trarne conclusioni. L’ideale sarebbe avere un Data Scientist, una figura tecnica molto specializzata, abbastanza rara, ma può essere sostituita con un Data Analyst.

Sono benvenute anche figure aziendali di diversi settori, perché hanno il privilegio di conoscere il polso della situazione dell’azienda. Inoltre, il Growth Hacker testa online, offline, sull'efficienza, sul prodotto, per cui anche figure a digiuno di strategia possono portare una voce importante durante gli sprint di GH, se ben incanalati dal Growth Hacker.

Creatività/Data Driven

Data Driven sembra il mantra che troviamo necessariamente abbinato più serratamente a tutta la discussione intorno al Growth Hacking. Ed è assolutamente corretto.

Basarsi sui dati è determinante per il Growth Hacker, perché è il modo in cui riesce ad individuare le strade di crescita migliori.

Ogni azione compiuta da un Growth Hacker, è sempre stabilita a valle delle misurazioni delle azioni, e dei KPI. Il Growth Hacker traccia e misura ogni singola azione e ne tira fuori una mappa di crescita.

Questo rigore scientifico di numeri, misurazioni e dati che sembrano oggettivi, ha spesso portato erroneamente a considerare la componente creativa come innecessaria, e spesso stigmatizzata ad appannaggio dei grafici fantasiosi che fanno capolavori digitali ma non necessariamente funzionali all’aumento delle vendite.

Ora, al netto del fatto che anche la creatività for the sake of aesthetic, è comunque un valore spendibile in ottica marketing, il concetto di creatività non è certamente limitato alla sapienza nell’accostamento dei colori, ma alla capacità di inventare, innovare e pensare fuori dagli schemi.

Ideare un esperimento che possa rivelarsi l'hack di crescita, richiede una vera e propria vagonata di creatività. E la creatività, come ogni talento, va esercitato con costanza.

Il lavoro del GH riguarda anche la capacità di esercitare e guidare la capacità di pensiero Out of the Box.

Sì, ma nel concreto, cosa fa un Growth Hacker?

Abbiamo chiarito dunque che un Growth Hacker ha buone competenze in tutti i campi relativi al marketing, che ha bisogno di un team quanto più eterogeneo possibile, attitudine con numeri, metodo e protocolli, capacità di leadership e creatività. Ma come svolge, nel concreto il suo lavoro?

Un aspetto preliminare molto importante, è la strutturazione result-based del business, che può essere fatta, ad esempio, strutturando il team attraverso il framework OKR.

Una volta che gli obiettivi sono fissati, ed il team è allineato e responsabilizzato su obiettivi e risultati, e abbiamo un protocollo di misurazione delle azioni, si passa al ciclo di iterazioni in 4 fasi che ben conosciamo, di cui ho parlato già in diversi articoli.

➡ Ideazione ➡ Prioritizzazione ➡ Testing ➡ Analisi ➡

E concretamente come lo mette in atto?

Attraverso gli Sprint.

Approfondisci: Un protocollo per la crescita: l’High Tempo Testing

Cosa sono gli sprint di Growth hacking?

Si riunisce il team, si analizzano, nel caso del primo sprint, i dati storici dell'attività fino a quel punto, altrimenti dati, KPI e risultati delle azioni precedenti.

A questo punto, o sulla base dei dati analizzati, o sulla base della sua esperienza nel campo marketing se in assenza ancora di dati sufficienti, il Growth Hacker guida il brainstorming.

Il brainstorming viene guidato cercando di puntare l’attenzione delle varie risorse rispetto a quali sono, secondo il Growth Hacker, le strade possibili di crescita. Dal brainstorming si tirano fuori quante più proposte di esperimenti possibili, e ovviamente, anche il Growth Hacker formula le sue proposte di esperimenti.

Nota: è importante che gli esperimenti proposti rispecchino i criteri del metodo scientifico, pertanto ciascun test deve essere:

  • ripetibile
  • misurabile
  • scalabile

A questo punto, una volta tirati fuori tutti gli esperimenti, si passa alla fase di prioritizzazione.

Il metodo più immediato è probabilmente proprio l’I.C.E. Scoring proposto da Sean Ellis nel suo libro Hacking Growth, che funziona dando un punteggio da 1 a 10, per ciascuno di tre criteri, per ogni esperimento. I criteri, sono:

  • Impact [che impatto si prevede possa avere l’esperimento]
  • Confidence [quanto siamo sicuri che abbia effetto]
  • Ease [quanto è semplice applicarlo]

Noi di _blank usiamo le bacheche di Trello con un Power Up personalizzato per l’ICE scoring, ma ci sono anche altri sistemi.

Per dovere di completezza, devi sapere che esistono anche altri criteri, come il B.R.A.S.S., dove la valutazione va da 1 a 5 sui seguenti fattori:

  • Blink [accattivante]
  • Relevance [rilevante rispetto all’obiettivo su cui intervenire]
  • Availabilty [disponibilità, semplicità di implementazione]
  • Scalability [scalabilità]
  • Score [il punteggio finale ottenuto sommando gli altri fattori]

Oppure il Framework P.I.E.S., simile al metodo B.R.A.S.S. ma con i seguenti fattori:

  • Probability [probabilità di esito positivo]
  • Impact [impatto sulla metrica da migliorare]
  • Ease [come per l’ICE, semplicità di implementazione]
  • Score [come per il metodo BRASS, si riferisce al punteggio.

Se ti sembrano più o meno la stessa salsa, è perché sostanzialmente la sono. L’importante, è chiarire il criterio alla base!

Dunque, una volta prioritizzati, si passa all’implementazione e si affidano le singole task al team, per obiettivi.

Dopo la fase di test, che generalmente va dai 15 giorni al mese, tranne in casi particolari in cui serve più tempo come per esempio un sito nuovo e poco budget per Ads, o alcuni test multivariati particolarmente complessi, oppure casi in cui ne occorre molto meno, come un A/B di un'Ad con alto budget.

Ovviamente, tutto il processo viene monitorato dal Growth Hacker.

Una volta terminato il tempo del test, si torna di nuovo alla fase di analisi.

È estremamente complicato riassumere in poche righe la complessità tecnica del lavoro di un Growth Hacker, ma spero che questo articolo sia riuscito a darti un’idea su questo mondo, e magari desiderio di approfondire la materia!

Se hai voglia di parlarne con me, scrivimi, rispondo sempre con piacere!

Noemi Taccarelli
Author: Noemi Taccarelli
È cofounder e Growth Marketer di _blank. Il growth hacking è stata la convergenza perfetta della sua multipotenzialità. Curiosità impudente, amore per le parole e i dati, studio costante, viaggi e antropologia sono il setting di base.
Altri articoli dello stesso autore

Aggiungi commento